Maternità e filiazione universale

L’indennità di maternità o “indennità per astensione obbligatoria” è una quota sostitutiva della retribuzione che viene pagata alle lavoratrici assenti dal lavoro per gravidanza e puerperio o per interruzione di gravidanza dopo il 180° giorno. Ne possono usufruire tutte le lavoratrici dipendenti, comprese quelle comunitarie o extracomunitarie; le lavoratrici o lavoratori autonomi (coltivatrici dirette, mezzadre, colone, artigiane e commercianti), le lavoratrici domestiche (colf e badanti); le lavoratrici agricole; le lavoratrici iscritte alla gestione separata (lavoratrici a progetto, associate in partecipazione); e, in casi particolari, in alternativa alla madre lavoratrice, il padre lavoratore dipendente. Essa spetta anche nei casi di adozione o di affidamento.
L’importo dell’indennità di maternità per le lavoratrici dipendenti è pari all’80% della retribuzione media giornaliera percepita nel mese immediatamente precedente l’inizio dell’astensione dal lavoro. Le lavoratrici madri ricevono l’indennità di maternità nel periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, e cioè nei due mesi precedenti la data presunta del parto e nei tre mesi successivi alla data effettiva dello stesso. Le lavoratrici dipendenti, le lavoratrici a progetto, le associate in partecipazione e le lavoratrici domestiche possono, dietro certificazione medica, ritardare di un mese l’assenza dal lavoro prima della nascita, prolungando così a quattro mesi il periodo di congedo dopo il parto.1

Il diritto all’indennità di maternità, come si può facilmente dedurre dalla normativa, è legato alla condizione di lavoratrice. Ne sono pertanto escluse dalla fruizione tutte quelle madri che si trovano in posizione esterna rispetto al mercato del lavoro, per i motivi più disparati: per scelta; per età (studentesse o maternità giovanile); per impossibilità di trovare un’occupazione stabile e via discorrendo. L’assenza di questo diritto, che dovrebbe riconoscere la maternità in modo universale e non in funzione della condizione di lavoratrice, deve fare riflettere e indurre alla ricerca di soluzioni pratiche. Per esempio, una delle proposte può essere quella dell’indennità di maternità universale, se è vero che la maternità è un fatto sociale. Dunque dovrebbero goderne le donne che lavorano, che non lavorano che siano studentesse, che siano disoccupate.2

Per analogia, si può estendere la questione alla sfera della filiazione. Su questo versante, in Italia vi è una lacuna grave: l’assenza di una misura universalistica di sostegno al costo dei figli, nella forma di un assegno universale. L’assegno al nucleo familiare che, nei confronti internazionali, viene spesso equiparato agli assegni per i figli, è destinato alle famiglie a basso reddito in cui almeno un componente sia un lavoratore dipendente. Tale misura non è favorevole nemmeno nei confronti delle famiglie a basso reddito, in quanto non include i lavoratori autonomi e i disoccupati di lungo periodo, né tantomeno azioni mirate verso i figli. Peraltro, le famiglie con più di un figlio, dal 1997 ad oggi diventano costantemente più povere, seppure gli assegni al nucleo familiare siano fruiti dalle famiglie a basso reddito; questo perché sono escluse, a parità di reddito, le famiglie di lavoratori autonomi e le famiglie in cui nessuno è occupato e, d’altra parte, l’assegno al nucleo familiare non può compensare la carenza di un secondo reddito, benché lo scoraggi.3

La Conciliazione. Tempo per il lavoro, tempo per la famiglia, tempo per sé

Stefano Decandia, Tesi di Laurea, 2013

1 Inps http://www.inps.it/portale/default.aspx?itemdir=7204

2 Piazza M., Conciliazione: una questione irrisolta, Gender Milano, Firenze, 7 novembre 2011

3 Saraceno C., La conciliazione di responsabilità familiari e attività lavorative in Italia: paradossi ed equilibri imperfetti, Polis, XVII, 2, agosto 2003

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