Sul Maschile #7 Illusio Virile / 2

Capitolo 2: Illusio Virile / 2

Come imparano i maschi ad essere maschi? Innanzitutto per negazione, apprendendo in primis ciò che non devono essere – e cioè femmine – ancora prima di comprendere ciò che possono essere – e cioè sé stessi. Fin dal concepimento l’embrione maschile lotta per non essere femminile. Il maschio, come ogni essere umano, come ogni figlio, nasce da una donna, cresce per nove mesi all’interno di un grembo femminile: è condannato a vita alla differenziazione. Per esistere, per essere, è costretto ad opporsi alla madre, opporsi alla propria naturale femminilità, alla propria condizione di pupo passivo. Dovrà convincere sé stesso e gli altri di non essere una donna, di non essere un marmocchio, di non essere un omosessuale: l’unica possibilità di realizzare il vero uomo virile è l’adesione al modello unico di uomo adulto eterosessuale. Ma il bambino è solo un bambino, non possiede nessuna di queste tre qualità richieste, e come tale sente il bisogno di essere protetto, e d’altra parte si trova costretto a portare tale vergogna.

«Impregnato di femminile per tutta la durata della vita intrauterina, poi identificato con la madre subito dopo la nascita, il bambino maschio può svilupparsi soltanto diventando il contrario di ciò che è originariamente.» [11]

La protofemminilità maschile fa riferimento alla programmazione di base femminile dell’embrione, secondo il quale tutti gli embrioni sono inizialmente di sesso femminile. Mentre per le donne l’accettazione della propria femminilità avviene in un contesto primario, per i maschi tale passaggio diventa un ostacolo da superare per raggiungere l’accettazione della maschilità, in un contesto, questa volta, secondario. Il processo di mascolinizzazione è un processo secondario, la mascolinità viene creata. Il maschio viene indirizzato a negare e reprimere le sue pulsioni protofemminili. La società gli richiede comportamenti difensivi quali: «paura delle donne, paura di mostrare la minima femminilità, anche sotto forma di tenerezza, di passività o di attenzioni dispensate dagli altri, e naturalmente paura di essere desiderato da un uomo.» [12]

Da queste paure sorgono gli atteggiamenti dell’uomo comune:

«Essere rude, rumoroso, bellicoso; maltrattare e feticizzare le donne; cercare soltanto l’amicizia degli uomini ma detestare gli omosessuali; parlare volgarmente; denigrare le occupazioni femminili. Il primo dovere di un uomo è: non essere una donna.» [13]

La nostra società non perde tempo con i maschietti, e nel minor tempo possibile gli impone di adottare comportamenti maschili stereotipati considerati adeguati.

«Avere una donna per non essere una donna.» [14]

Nel sistema patriarcale, la virilità si identifica con l’eterosessualità. Nella nostra società c’è la tendenza a definire il genere in base al comportamento sessuale, pertanto, la mascolinità si definisce in base all’opposizione alla femminilità. Con questi presupposti è evidente quanto le tendenze omofobiche, e misogine, abbiano un ruolo fondante nella costruzione dell’identità maschile; definite addirittura come “le due forze di socializzazione più critiche nella vita di un ragazzo”. Queste due forze oscure puntano su due diversi tipi di vittime, ma sono due facce della stessa medaglia: l’omofobia è la mancata accettazione delle qualità femminili negli uomini; la misogina è la mancata accettazione delle qualità femminili nelle donne.

La mascolinità viene definita più spesso dal suo non essere che dal suo essere.

«Essere uomo significa non essere femminile, non essere omosessuale; non essere docile, dipendente, sottomesso; non essere effeminato nell’aspetto fisico o nei comportamenti; non avere rapporti sessuali o rapporti troppo intimi con altri uomini; non essere impotente con le donne.» [15]

L’omofobia “limita le scelte delle amicizie”: gli uomini si scelgono l’un l’altro in base all’adesione e alla adeguatezza al modello maschile dominante; “priva gli uomini di esperienze che li arricchirebbero e di conoscenze che si possono acquisire soltanto stando vicini all’altro”, e cioè all’interno di una relazione tra maschi che sia autentica, non limitata da stereotipi e da rigidi precetti da seguire; inoltre, “avvelena ogni possibilità di erotismo maschile e impedisce a molti padri di toccare i propri figli”.

«Quando i padri lasciano soltanto alla madre l’accesso diretto al corpo del bambino, i figli non possono svilupparsi positivamente in rapporto al corpo del padre, ma casomai negativamente contro il corpo della madre.» [16]

Tramite l’antitesi tra i sessi, relegati a funzioni e spazi opposti, si cerca di “allontanare lo spettro della bisessualità interiore” ciò che si ottiene è soltanto di aggravare ancora di più la scissione fra le proprie dimensioni interiori.

Note:
[11] Badinter, 1993, op. cit., p. 68
[12] Badinter, 1993, op. cit., p. 70
[13] Badinter, 1993, op. cit., p. 70
[14] Badinter, 1993, op. cit., p. 131
[15] Badinter, 1993, op. cit., p. 154
[16] Badinter, 1993, op. cit., pp. 158-159

Dr Stefano Decandia / Assistente Sociale / Consultorio Maschile @ CoMa onlus

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Sul Maschile” è il titolo che contiene una serie di brani tratti dalla mia Tesi di Laurea Magistrale:

Sul Maschile

L’approccio socioculturale come metodo di prevenzione e trattamento dei comportamenti maschilisti

 

 

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