Sul Maschile #4 Identità maschili e crisi / 2

Capitolo 1: Identità maschili e crisi / 2

È evidente che i bambini abbiano gli stessi bisogni emotivi delle bambine, per esempio che abbiano la stessa esigenza di esprimere tramite il pianto le proprie emozioni. Eppure, in un certo momento, molto precoce nella vita dei piccoli maschi, entra in azione un codice. Un codice che ci rammenta che per essere uomini è severamente vietato piangere, perché piangere è roba da femmine o peggio da femminucce. Ovviamente esistono tanti altri codici e ce ne sono anche per le piccole femmine. Questi codici, si evolvono nel corso della storia e delle culture umane, si aggiornano e si modificano e ad ogni generazione influiscono fortemente sul nostro pensare e sul nostro agire – sia a livello personale sia a livello sociale – creando veri e propri assiomi di apprendimento rispetto ai modelli maschili e femminili ai quali facciamo riferimento per divenire uomini e donne.

Dal primo istante in cui si conosce il sesso del nascituro, viene azionato un circuito per il quale se il neonato sarà un maschietto, il suo futuro sarà concepito in quanto uomo e in relazione al vissuto degli uomini del suo ambiente o comunità. Con ampia probabilità verranno acquistati capi di abbigliamento di colore azzurro (certamente non solo di colore azzurro ma difficilmente di colore rosa o fucsia); saranno scelti giocattoli come camioncini e automobiline. Queste azioni, non solo confermeranno le aspettative dei genitori rispetto al bambino, ma faranno parte del processo che permette a queste aspettative di realizzarsi.

Tali codici non sono comunque immutabili nel tempo, ma dipendono, anch’essi, dalle determinanti culturali, storiche, politiche, e sociali.

«La nostra cultura non ha mai, nel corso della storia, incoraggiato apertamente la diversità: il gran numero di guerre religiose e di controversie nel mondo occidentale bastano a dimostrarlo.» [7]

Tale presupposto si può considerare valido anche in merito a maschilità e femminilità, i quali sono modelli a cui aderire culturalmente – e perché no, ciecamente – in modo da poter interagire con gli altri in una maniera ritenuta appropriata ed accettabile – anche a discapito della propria autentica identità personale. Per quanto tali significati appaiano ai membri di una comunità come naturali e quindi inevitabili e universali, non dovremmo mai distogliere il nostro pensiero dal fatto che ogni segno, anche quello considerato più naturale e universale, è sempre mediato e influenzato dalle componenti culturali e storiche: è il prodotto di un processo.

«La maniera con cui noi occidentali tra il XX ed il XXI secolo concepiamo il fatto di essere uomo risulta necessariamente diversa da ciò che pensano coloro che vivono alle sponde del Rio delle Amazzoni in Brasile o rispetto a quello che pensavano i nostri antenati nel secolo VIII.» [8]

Il concetto di crisi comporta un processo di cambiamento in corso: nel corso di questo processo di cambiamento è implicato uno squilibrio.

Affermare che la maschilità sia in crisi per la prima volta nella storia dell’umanità è quantomeno ingenuo. Sostenere che la maschilità sia arrivata intatta fino ai giorni nostri è decisamente poco credibile.

La storia, con la sua serie di evoluzioni e rivoluzioni, anche concernenti i cambiamenti legati ai generi sessuali, come un sistema che si auto-riafferma, cerca di riproporre lo stesso mito, anche quando questi si sia ridotto ad essere soltanto una credenza culturale.

Pensiamo ai due conflitti mondiali. Durante le grandi guerre la popolazione maschile è considerevolmente diminuita. Questo ha fatto sì che le donne assumessero ruoli e conseguentemente responsabilità che fino a quel momento erano di competenza esclusiva degli uomini. Le donne, in tempo di guerra, si trovarono a sopportare privazioni di ogni genere; scampare ai bombardamenti; appresero l’esecuzione di compiti pericolosi, come la manifattura delle armi, compiti che richiedevano una certa forza e resistenza fisica, oltre che una competenza meccanica, come per la gestione delle aziende agricole o per adoperare utensili industriali.

Gli uomini che tornavano dalla guerra, non trovarono ad attenderli dei perfetti angeli del focolare, oggetti indifesi da proteggere e nutrire. Ma sia la storia che ripete ciecamente il suo mito, sia i mass-media – si pensi all’immane produzione letteraria e filmica degli anni Quaranta – tenderanno ad enfatizzare la vecchia tradizione del focolare. Alle donne non era più richiesto di agire da uomini: potevano tornare alle loro occupazioni naturali, quelle di mogli e madri.

Note:
[7] Buchbinder, 2004, op. cit., p. 28
[8] Buchbinder, 2004, op. cit., p. 28

Dr Stefano Decandia / Assistente Sociale / Consultorio Maschile @ CoMa onlus

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L’approccio socioculturale come metodo di prevenzione e trattamento dei comportamenti maschilisti

 

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